Viaggio nelle riserve indiane tra USA e Mexico

6 Agosto 2010, TUCSON – La riserva indiana dei Tohono O’Odham è il luogo dell’Arizona dove è più consistente il flusso di  clandestini. Lo racconta off records Julian Etienne Gomez-Baranda, ufficio stampa del consolato messicano a Tucson. “Ha un confine con il Messico di 380 mila km – mi dice – fatto solo di filo spinato, è impossibile controllarlo tutto”. Le riserve indiane sono uno Stato dentro lo Stato con una giurisdizione autonoma e la propria polizia. L’amministrazione locale ha più poteri del Governatore. Entro con la macchina nella riserva, senza alcun controllo all’ingresso. Guido verso la città di Sales, dove imbocco una strada asfaltata fino alla dogana di San Miguel. Qui staziona appena una camionetta bianca della Border Patrol, la guardia di frontiera che dipende dal governo federale. “Questa dogana può essere attraversata solo dagli indiani” mi dice il poliziotto. Indossa la divisa verde, che ricorda quella dell’esercito. Ma risalendo verso Sales, incontro una ragazza indiana, che si affatica trascinandosi sotto un sole cocente. Quando le chiedo se ha bisogno di un passaggio, sale in macchina ancor prima di avere il tempo di toglierle dal sedile fogli e giornali. Si chiama Mañasepa, che vuol dire “Ciao” in lingua Tohono O’Odham. Facciamo conoscenza e decide di accompagnarmi fino alla frontiera alcuni km più a nord di San Miguel, dove non ci sono controlli. Mi racconta che “quelli della Border Patrol sono corrotti, che lasciano passare illegalmente ragazze messicane in cambio di prestazioni sessuali”. La prostituzione, infatti, insieme al traffico di droga sono state le principali motivazioni per la legge 1070 voluta dalla Governatrice dell’Arizona Jan Brewer contro l’immigrazione, mi aveva spiegato a Tucson l’avvocato Hallie Bogar White, esperta di diritti degli emarginati. “In Arizona, come in Italia, molti americani non vogliono più fare determinati lavori – mi aveva raccontato – e senza gli immigrati messicani e sudamericani il Paese si bloccherebbe”. L’obiettivo della legge anti-immigrazione era colpire il traffico di droga e il mercato della prostituzione, ma sembra che il tiro abbia sbagliato bersaglio. Il principale giornale di Tucson, l’Arizona Daily Star, segnalava ieri che gli unici effetti a oggi della legge contestata sono stati un consistente calo del turismo messicano verso l’Arizona con ingenti perdite di prenotazioni da parte degli albergatori.

Il confine che mi mostra la ragazza è una barriera di filo spinato, alto poco più di un metro, e dall’altra parte solo deserto e qualche masso roccioso. Scavalcare quel reticolo è molto semplice. Dopo aver riaccompagnato Mañasepa alla roulotte dove vive con i suoi genitori, proseguo verso Ajo. Si nota un massiccio via vai di camionette della Border Patrol. Sul mio telefonino leggo dall’edizione on line de L’Imparcial, uno dei principali giornali messicani, che Obama ha deciso di rafforzare progressivamente da agosto la guardia al confine col Messico. Ne parlo con un gruppo di tre poliziotti che incontro in un’area di servizio. Loro non ne sanno nulla, ma quando gli mostro la notizia sul telefonino, cominciamo a parlarne. La Governatrice dell’Arizona ha riferito che il numero dei poliziotti è di 1200 unità per oltre 600 mila km di confine. Secondo i poliziotti, questa è solo una mossa politica in vista delle elezioni di novembre: “Aumentare di qualche centinaio di unità la Border Patrol non serve – mi dice uno dei tre -perché il confine è troppo esteso e nelle riserve indiane è troppo facile entrare”.

Ci spostiamo nella Contea di Yuma, la dogana si trova nella cittadina di San Luis a trenta minuti di macchina dal capoluogo. La differenza dei controlli con la riserva è palese. Al posto del filo spinato c’è un imponente muro alto diversi metri e quando mi avvicino e tiro fuori dallo zaino la mia telecamera, vengo subito raggiunto da due Border Patrol in bicicletta, senza neanche accorgermene. Uno mi sequestra la telecamera, l’altro mi dice: “Tutta la zona è off records, senza una specifica autorizzazione da parte del PAO” (Public Affairs Office). Pochi secondi dopo sopraggiungono anche due camionette e vengo accompagnato alla stazione della polizia di confine. Danno la telecamera a un funzionario che si mette a visionare il girato, mentre il mio passaporto è portato in un’altra sala per verifiche. La stazione di polizia si trova al lato della dogana e posso osservare come sono rigorosi tutti i controlli sia a chi lascia sia a  chi entra negli Stati Uniti. Mi alzo solo per prendere una bibita al distributore automatico. Ma una volta che introduco il dollaro, non esce nulla dalla macchina. Quando mi giro per dire qualcosa, incrocio lo sguardo di un uomo sulla cinquantina accompagnato con le catene ai polsi nella stanza accanto. Quella faccia così emaciata, con lo sguardo di chi sembra solo un povero disperato più che un trafficante di droga, mi ha tolto la voce per dire qualsiasi cosa riguardo al mio dollaro rubato dal distributore. Vengo rilasciato quasi un’ora dopo con un post-it col numero da chiamare del PAO per avere informazioni e l’autorizzazione a filmare.

Lasciata la Contea di Yuma, mi dirigo verso la California. Anche in questo Stato, al confine con il Messico c’è una riserva indiana: quella dei Quechan. Qui non c’è alcun controllo alla dogana, sento la voce di una ragazza che mi chiede in spagnolo, voltando appena la testa, se avevo qualcosa da dichiarare. Mi raggiunge solo quando gli dico che cercavo un posto dove passare la notte. Si presenta, è una guardia di frontiera e dice di chiamarsi Adriana, poi mi consegna un bigliettino di una Hacienda del paese, Algodones. Arrivato nel luogo indicatomi, l’oste mi chiede se sono stato mandato da Adriana. Questo significa per me un piccolo sconto sul prezzo e probabilmente un premio per la guardia alla dogana: scorgo con la coda degli occhi che appunta su un foglio di carta Adriana +6.

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