Deportazioni illegali
Originale scritto per Linkiesta.it
Il caso dei sequestri sospetti (extraordinary rendition) di presunti terroristi ad opera della CIA, dopo gli attentati del 9/11, mostra tutta la differenza che c’è fra il giornalismo americano e quello italiano, anche quando è detto d’inchiesta.
Coinvolta direttamente nel sequestro dell’Imam di Milano Abu Omar ad opera della CIA, la stampa italiana ha seguito passo per passo questa vicenda raccontando le indagini, le intercettazioni della Digos, con le quali hanno dimostrato il coinvolgimento diretto dei servizi segreti americani e di un carabiniere italiano. E’ stata una delle più note e documentate inchieste del nostro giornalismo.
Ma realmente che cosa hanno fatto i nostri cronisti? Sono stati bravi a raccontare, descrivere e spiegare all’opinione pubblica la vicenda del rapimento dell’Imam e del coinvolgimento della CIA, sono riusciti ad entrare in possesso delle intercettazioni telefoniche, fatte dalla polizia che incastravano gli Stati Uniti. Ma se le osserviamo da un altro punto di vista, è come se la nostra stampa si fosse appiattita sulle indagini della polizia e degli organi competenti.
Un altro punto di vista è quello del giornalismo d’inchiesta americano. Senza l’uso di intercettazioni telefoniche, né di pedinamenti, nel 2003 il cronista del New York Times Stephen Grey si impegnò in prima persona nel verificare le voci sempre più insistenti, ma mai provate, di un coinvolgimento dei servizi segreti americani in sequestri, deportazioni e torture di presunti terroristi nel mondo. Ebbe l’intuizione che la CIA per effettuare tali attività avrebbe dovuto pur lasciare delle tracce dei suoi spostamenti. Recuperò allora l’elenco di tutti i voli di linea e privati, che sono tutti presenti e liberamente a disposizione del pubblico in Internet, li raccolse tutti insieme nella propria banca dati, riportando per ognuno di essi: piano di volo, rotte e scopi dei viaggio, partenza e arrivo, compagnia aerea, anno di inizio attività e tanti altri dati. Da questo imponente archivio, disponibile oggi per tutti nel suo SITO estrasse una decina di voli sospetti effettuati da jet privati che si muovevano solo tra Europa, Afghanistan, Pakistan, Egitto, Giordania, Libano e la base di Guantanamo. Indagando su questi voli, scoprì che dietro gli aerei c’erano società fantasma, amministrate da prestanome e con sede presso una casella postale. A quel punto, gli bastò poco di più a collegare i prestanome ad agenti della CIA.
Qua sotto vi riporto l’inchiesta di Stephen Grey che nel 2004 è diventata prima un libro (Ghost Plane: The True Story of the CIA Torture Program, disponibile su Amazon) e poi un documentario realizzato dalla Pbs.
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26 aprile 2011|502 views 













































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